sabato 17 dicembre 2011

Capitolo 1

Prima o poi dovevo scriverlo un post sulla medicina.
Farlo mi risulta comunque difficile e doloroso.
Si, sono un medico. Ma fatico ad entrare nel ruolo. E' dal terzo anno di università che la mia idea sulla medicina si alterna tra entusiasmi passeggeri e grosse frustrazioni. All'inizio non ne capivo il motivo.



 I miei compagni studiavano e facevano grandi progetti sulla loro possibile futura carriera. Altri, che avevano scambiato la medicina per una missione mistico-religiosa, si prodigavano già allora in qualsiasi modo verso chi chiedesse loro aiuto. Lettura delle analisi, consigli sui trattamenti, visite in ospedale. Altri, come me, si appassionavano alla scienza, all'aspetto tecnico della materia, ma inciampavano puntualmente di fronte agli aspetti umani-comunicativi osservati in reparto o di fronte alla poca riproducibilità di troppi assunti medici. "Tale malattia ha un'eziologia sconosciuta", "Il cortisone è l'unica terapia adatta in tal caso -Perchè?- Non si sa." "Vi è una forte componente genetica? -cioè? forte non è quantificabile-"."La chemioterapia è il primo approccio secondo i protocolli. -che percentuale di successo ha?- Dipende. -ci sono alternative?- No. -Ma qual'è l'esatta eziopatogenesi della neoplasia?- E' sconosciuta". Segue il silenzio. Allora come ora.


Tuttavia mi sono laureata in 6 anni con 110 e lode. Dedizione e sudore e ancora un po' d'amore con un velo di malinconia. Ero ancora speranzosa di trovare risposte e ipotizzavo -ma me la raccontavo, giusto per campare- che i miei dubbi derivassero solo da poca conoscenza.





 Mi iscrissi in Specialità a Nefrologia. In 2 anni non imparai nulla. La giornata tipo era: visita in reparto col fiato sul collo del mio primario urlante e delirante, pronto a incolpare me o qualsiasi altro personaggio gli capitasse sotto tiro (altri specializzandi, strutturati, infermieri etc..) di qualsiasi cosa andata storta. Muore un paziente? E' colpa nostra. Arriva in ritardo un esito di laboratorio o la consulenza di uno specialista? E' colpa nostra. Si badi bene: nostra significa che lui, il primarione, ne è fuori.
Comunque, a seguire compilazione delle varie cartelle dei pazienti e prenotazione di esami, visite etc..e tempo da dedicare ai parenti nell'ora di visita. Pranzo veloce, poi lettura ed analisi degli esami arrivati, almeno 2 lettere di dimissione che richiedevano un'oretta ciascuna (cui seguiva correzione del primariotto sotto le solite grida e insulti). Eventuale accoglienza di nuovi pazienti, anamnesi e compilazione di nuova cartella.
 Arrivavano le 5-6 del pomeriggio. Si va a casa a riposare e studiare per conto proprio? No. Si resta lì a cercare bibliografia acritica per lavori e articoli redatti dal nostro reparto, dove il nome degli specializzandi poteva anche comparire ma solo a patto che i tre-quarti del lavoro lo facessero loro. Si dirà "beh, almeno studiavate e imparavate qualcosa". Credo di non essermi mai annoiata tanto come nella stesura di quei lavori. Volti a dimostrare dati banali ed inutili, il cui unico scopo era aumentare il numero delle pubblicazioni a nome del reparto e fare curriculum. Risvolto scientifico intellettualmente onesto: zero.
Bene, alle 20 o 21 si arriva a casa. Stanchi, delusi, frustrati. Dopo cena un po' di studio prendendo spunto da dubbi nati durante la giornata. Ma l'entusiasmo giorno per giorno va scemando e l'apprendimento è sempre più sterile.

                                           

Perchè restare? Solo perchè funziona così? Per guadagnarci cosa? Un posto tra 5-6 anni in questo o in un altro ospedale a fare diagnosi, ordinare esami, fare lettere di dimissione, urlare col proprio primario..e tutto questo senza mai domandarsi perchè questa diagnosi, perchè questo farmaco, perchè questa percentuale? Meglio fare la commessa alla coop. Con rispetto per tale occupazione.
Così mi ritiro dalla specialità, con gran clamore dell'università, pianti di qualcuno e rabbia di altri. Nessun pentimento personale. Io inizio a respirare.
Continua.....

2 commenti:

  1. e hai fatto benissimo!
    da musiciste siamo state troppo abituate a dare un senso a quel che facevamo.
    la medicina così è mettere delle toppe a caso, a volte anche mettersele sugli occhi mi pare....

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    1. terredarasarar21 aprile 2012 19:58

      ..anche se poi inizi a chiederti perchè, pur avendo iniziato a respirare, avverti che l'aria si secca. davvero brancoli, davvero non ti emozioni, davvero fingi...e non pensavi sarebbe andata così. tutto pensavi, tutto speravi e fantasticavi, tranne questa solitudine. che nemmeno se ti venisse voglia d'andare alle feste... le parole volano, se ne vanno leggere, dolorosamente leggere. le porte si richiudono e tutto quel che resta sono domande...zero risposte, zero corse nel sole, zero campagne..qualche risata e tanta amarezza. continui a perdere, se mai veramente avuto..

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